Chi opera sulle coperture di una chiesa seicentesca o di un palazzo nobiliare sotto vincolo affronta condizioni di lavoro particolari.
Su questi edifici non è possibile eseguire fissaggi in modo arbitrario: ogni intervento sulla struttura richiede attenzione e giustificazione tecnica.
L’edificio storico impone una doppia lealtà: verso la normativa sulla sicurezza, che pretende protezioni serie per chi lavora in quota, e verso la Soprintendenza ai Beni Culturali, che considera anche l’ultima tegola parte del bene da tutelare.
Far convivere queste due esigenze rappresenta il vero nucleo dell’attività progettuale. Nelle righe che seguono vediamo come si imposta l’intervento, cosa prevede la normativa e dove si concentrano le scelte che determinano se un progetto viene approvato rapidamente oppure resta bloccato per mesi.
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Perché gli edifici storici non si trattano come gli altri
Su una copertura moderna esiste un margine di manovra ampio: si fora, si salda, si aggiungono piastre, si corregge in corso d’opera. Sul bene tutelato quel margine si riduce drasticamente.
Il principio guida è quello di reversibilità: qualunque cosa venga installata deve poter essere smontata in futuro senza lasciare tracce permanenti sulla struttura.
Si tratta di un criterio che modifica in profondità l’approccio progettuale abituale. Il dispositivo che sulla scheda tecnica appare ideale, spesso, non è quello adatto al contesto.
A determinare la scelta non è la soluzione teoricamente ottimale, ma quanto la struttura esistente è effettivamente in grado di sopportare.
A questo si aggiunge la componente estetica, che su questi edifici assume un peso rilevante.
Un ancoraggio ben visibile sul cornicione di un palazzo settecentesco costituisce un problema concreto, e la Soprintendenza lo valuta con un rigore che talvolta sorprende.
Non è raro che un progetto venga respinto non perché il dispositivo sia inadeguato dal punto di vista strutturale, ma per il colore inappropriato di una piastra.
Un dettaglio non conforme è sufficiente a far ripartire l’iter dall’inizio.
Il quadro normativo: cosa chiarire prima di iniziare
Prima dei prodotti vengono le regole, ed è opportuno conoscerle a fondo. I riferimenti principali sono essenzialmente tre.
La UNI EN 795 classifica i dispositivi di ancoraggio in cinque tipologie, dalla A alla E, distinguendoli per principio di funzionamento e metodo di fissaggio. È la norma europea di base su cui poggia ogni progetto.
La UNI 11578:2015 disciplina invece i dispositivi destinati all’installazione permanente sulla o nella struttura. In Italia è il testo di riferimento quando gli ancoraggi restano fissi e stabili sulla copertura.
Vi sono infine i regolamenti regionali. In molte regioni le linee vita sono ormai obbligatorie sulle nuove costruzioni e sui rifacimenti del tetto, ma le disposizioni variano da territorio a territorio e vanno verificate caso per caso, senza dare nulla per scontato.
A sovrintendere questo quadro c’è il Codice dei Beni Culturali (D.Lgs. 42/2004), la cornice all’interno della quale la Soprintendenza esercita la tutela. Su un immobile vincolato nessun intervento può iniziare senza autorizzazione preventiva.
Sarebbe un errore leggere queste fonti come ambiti separati. Un progetto si colloca nel punto in cui sicurezza e tutela si incontrano; trascurare una delle due dimensioni espone al rischio concreto di bocciatura.
Gli ancoraggi puntuali di tipo A: la scelta più discreta
Sul patrimonio storico i dispositivi più frequentemente adottati sono gli ancoraggi puntuali di tipo A.
La UNI EN 795, al paragrafo 3.2.1, li descrive come dispositivi con uno o più punti di ancoraggio stazionari che richiedono un fissaggio strutturale. In termini pratici: singoli punti a cui l’operatore si aggancia, ancorati direttamente alla struttura portante del tetto.
Il loro vantaggio, su un bene vincolato, deriva da due fattori. Richiedono un numero limitato di fissaggi rispetto a una linea vita continua, incidendo quindi meno sulla copertura.
Inoltre possono essere collocati sotto il manto, risultando invisibili da terra: esistono versioni sottotegola e sottocoppo, progettate per restare nascoste sotto le tegole o i coppi, con la sola asola di aggancio a vista.
Su un tetto in cotto, questa invisibilità è spesso l’elemento che rende possibile il via libera della Soprintendenza.
Per approfondire le opzioni disponibili, una panoramica utile si trova nella sezione dedicata agli ancoraggi puntuali di tipo A per orditure portanti offerta dagli esperti di Pegaso, azienda leader nella fornitura di sistemi anticaduta a norma, con una consolidata esperienza nella progettazione di soluzioni dedicate agli edifici vincolati e alle coperture storiche.
A cosa servono realmente questi ancoraggi
È diffuso un equivoco ricorrente: che il tipo A svolga la funzione della linea vita. Nella pratica ciò accade raramente.
I due sistemi lavorano generalmente in modo complementare. La linea vita corre sul colmo ed è la protezione principale, la spina dorsale del sistema.
Gli ancoraggi puntuali assolvono a un compito diverso: tracciano i “percorsi di aggancio” che consentono all’operatore di raggiungere la linea vita in sicurezza già dal punto in cui accede al tetto.
Hanno inoltre una funzione spesso trascurata: contengono l’effetto pendolo. Se la caduta avviene in prossimità di uno spigolo e l’operatore è agganciato unicamente alla linea di colmo, il corpo oscilla lateralmente, con il rischio di urtare ostacoli o di superare il bordo della copertura.
Un ancoraggio puntuale posizionato correttamente in corrispondenza degli angoli limita questa oscillazione.
Esistono infine casi in cui vengono impiegati da soli. Su coperture di dimensioni ridotte, a pianta quadrata o rettangolare, oppure su tetti a padiglione contenuti, un ancoraggio girevole di tipo A può risultare sufficiente.
Il punto di aggancio ruota di 360 gradi e l’operatore può muoversi attorno al dispositivo senza necessità di sganciarsi.
L’orditura portante: un elemento da non sottovalutare
Un ancoraggio ha un valore pari a quello dell’elemento a cui è fissato, e su questo aspetto non esistono scorciatoie.
Su un edificio storico l’orditura portante, ossia le travi in legno e l’insieme strutturale che sostiene il tetto, ha alle spalle decenni o secoli di vita.
Il legno può risultare degradato, compromesso da insetti xilofagi o indebolito da vecchie infiltrazioni mai rilevate in precedenza.
Presumere la sua resistenza senza verifiche è un rischio non giustificabile.
Per questo, prima di scegliere il dispositivo, occorre una valutazione dello stato dell’orditura e, in molti casi, un calcolo strutturale firmato da un tecnico abilitato. Installare un ancoraggio impeccabile su una trave deteriorata non protegge l’operatore: genera un’illusione di sicurezza, che sulle coperture è tra le condizioni più pericolose.
Non a caso i dispositivi sottotegola destinati al fissaggio all’orditura sono spesso dotati di una piega apposita per il valico dei travetti, concepita per distribuire il carico in modo corretto sulla struttura sottostante.
Da dove partire: prima la Soprintendenza, poi tutto il resto
Su un immobile tutelato l’ordine delle operazioni ha un’importanza superiore a quanto si immagini.
Il primo passo non è tecnico ma amministrativo: contattare la Soprintendenza competente prima ancora di sviluppare il progetto nei dettagli.
Comprendere in anticipo cosa l’ente è disposto ad accettare consente di evitare il rischio di rielaborare l’intero intervento.
Solo in seguito ha senso procedere al rilievo dello stato di conservazione della copertura e dell’orditura e, infine, alla scelta dei dispositivi, con una preferenza dichiarata per le soluzioni reversibili e poco visibili.
Un’ultima considerazione. È opportuno diffidare di chi propone per un edificio storico lo stesso approccio adottato su un capannone industriale.
La Carta di Venezia del 1964 lo afferma con chiarezza: ogni intervento sul patrimonio deve rispettare “la sostanza antica” del manufatto. Il principio vale per un affresco e vale, con la medesima serietà, per un dispositivo anticaduta.
Un edificio storico rende il lavoro più complesso, questo è innegabile. Non costituisce però un ostacolo alla sicurezza: richiede semplicemente maggiore attenzione e alcuni passaggi aggiuntivi.
Considerarne le esigenze conduce, nella grande maggioranza dei casi, alla soluzione che protegge chi vi lavora e preserva il valore che quella copertura conserva da secoli.
