DONA ANA, MOZAMBICO
di Roberto Nani
Se desiderate avere informazioni non superficiali sull'Africa
e sulla povertà estrema, vi consiglio di leggere "La
fine della povertà" di J.D Sachs; se siete invece
di stomaco forte e predisposti alle emozioni feroci non c'è niente
di meglio della scrittrice mozambicana Paulina Chiziane. Il suo
romanzo, "Il settimo giuramento ", vi farà gelare
il sangue nelle vene. Ma se volete veramente sentire l'Africa,
quella subsahariana, quella nera, allora andateci. Vi prego soltanto
di non affidarvi a una agenzia di viaggi, per amor di Dio! Non
si conosce l'Africa stando affacciati ad una finestra dell'Hotel
Malindi o viaggiando per le comode piste del Kruger Park. Immergetevi
nella sua polvere, avvicinate la gente dei villaggi e lavatevi
quando potete e come potete. Ci sono Ong nazionali e missioni
cattoliche che operano sul territorio. Rivolgetevi a loro: chissà che
la vostra professionalità non trovi uno spazio per qualche
lavoro volontario. E se anche questo non funzionasse, allora affidatevi
all'imponderabilità del caso. Com'è successo a me.
Ne sono testimone. La prima volta che arrivai a Lichinga, una città nel
nord del Mozambico, mi chiesi come potesse essere una città di
cui sino a qualche tempo prima non conoscevo neppure l'esistenza
e che solo un inaspettato invito mi permetteva di scoprire.
Sapevo poco dell'Africa e quel poco l'avevo immagazzinato da letture
sparse e documentari stereotipati. E dall'informazione mediatica.
Brutto affare, quest'ultima. Aldilà della triade "fame,
guerre, corruzione " se ne ricava ben poco. Poi ho incontrato
Lichinga ed ho cominciato a capire perché i bambini
muoiono come le mosche a causa di malattie da noi facilmente curabili,
perché le dimensioni delle pannocchie di granoturco sono
la metà di quelle che crescono nei nostri campi, perché i
tempi e gli spazi non corrispondono alle nostre unità di
misura. E soprattutto ho imparato ad apprezzare la straordinaria
capacità di quelle persone di sopravvivere da secoli in
un ambiente così ostile, senza acqua, senza luce, senza
i nostri gadget tecnologici. Altro che "mal d'Africa" Mi
sembra davvero incomprensibile come da noi non si riesca ad apprezzare
il fatto che siamo tutti proprietari di diverse paia di scarpe!
Ho anche imparato a leggere con più discernimento le decisioni
dei "Grandi della terra", di quei responsabili politici
che si riuniscono attorno ai tavoli dei vari G8 per decidere di
aiutare "il Sud del mondo" (poiché è evidente
che gran parte dell'Africa subsahariana non dispone di risorse
finanziarie, umane e tecnologiche per sollevarsi da sola dalla
povertà estrema). Ciò che ne ho ricavato non è esaltante:
le decisioni prese, nonostante vengano sbandierate come esempio
di solidarietà internazionale, sono del tutto inadeguate
a far mutare la realtà esistente, anche se indubbiamente
contribuiscono a narcotizzare l'opinione pubblica. Io invece
l'ho incontrato, quel mostro della povertà estrema, a Mitava
ed in tutti i villaggi rurali del Mozambico. Lo si scorge benissimo
tanto è nitido e chiaro, senza bisogno di cercarlo nelle
emergenze umanitarie del Darfur o nelle zone colpite da carestie,
situazioni limite molto adatte agli scoop giornalistici.
Perché il mostro non appare "una tantum", è bensì parte
strutturale della vita quotidiana di milioni di persone e invade
inesorabilmente i corpi e le menti, le piega alle sue condizioni,
addirittura annebbia la fiducia stessa nella possibilità di
cambiamento. A lui le popolazioni locali oppongono una strenua
resistenza con l'unica vera arma che hanno a disposizione: la loro filosofia
della vita. "È preciso aguentar", è necessario
sopportare, tollerare, patire, resistere. Molte volte ho udito
queste parole dalle bocche dei mozambicani, talmente tante volte
da non riuscire quasi a sopportarlo. Per questa ragione ho
deciso di fare qualcosa in prima persona.
Nella nostra piccola città esiste l'Istituto per la Cooperazione
allo Sviluppo, ICS, un consorzio di enti locali che da diversi
anni opera meritoriamente nel campo della solidarietà con
i Paesi in via di sviluppo. Agli amici dell'ICS ho proposto un
intervento nel villaggio rurale di Mitava, con l'obiettivo di costruire
una scuola per i bambini e per gli adulti. Ed ho chiesto l'aiuto
degli studenti delle nostre scuole, dei loro insegnanti e dei loro
genitori, presentando nelle aule scolastiche e nei vari incontri
ciò che non sapevano della realtà africana. Aldilà di
ogni aspettativa, ho colto una straordinaria attenzione verso
gli argomenti che esponevo e ho percepito la commossa partecipazione
degli adulti; ho toccato con mano la disponibilità a fare
qualcosa, subito, per alleviare le sofferenze di quella realtà a
dimostrazione che le buone idee raggiungono l'anima e la mente
delle persone. E in un arco di tempo relativamente breve, ho raccolto
le risorse finanziarie necessarie a realizzare l'obiettivo proposto.
Oggi Mitava ha una scuola nuova e molto presto sarà addirittura
ampliata.
Ma vi diffido a pensare che tutto ciò sia avvenuto senza
particolari difficoltà. "Basta avere materiali,
mezzi e uomini a disposizione, e il gioco è fatto!" direte
voi. Proprio qui sta il punto. Perché sugli altipiani di
Lichinga non è consueto trovare, in breve tempo, tutte e
tre gli elementi necessari per realizzare delle costruzioni.
Gli ostacoli sono molteplici: le piogge monsoniche, la precarietà delle
vie di comunicazione, l'assenza dell'elettricità, la scarsità di
apparecchiature edili. Senza dimenticare le difficoltà burocratiche,
le gerarchie locali, l'antropologia dei contadini. Occorre
tempo, molto tempo per raggiungere tutto ciò di cui
si ha bisogno. E molta pazienza. Due fattori di cui ho perso le
tracce nel nostro vivere quotidiano, ma che in Africa rappresentano
l'assoluta normalità. Si può tranquillamente fare
a meno dell'orologio e regolarsi col corso del sole. Però mi
sono accorto che quel lento scorrere del tempo, se lo si riesce
a metabolizzare, non presenta valenze negative: per esempio, aiuta
ad osservare con più attenzione ciò che ci circonda.
Pensate a quando andiamo a far spesa in un supermercato: foglietto,
carrello, cash and carry, auto, casa. Pensate invece di trovarvi
a Lichinga e cercare un certo colore per tinteggiare le pareti
della scuola, o dei chiodi specifici per le lamiere del tetto.
Quasi sicuramente dovrete fare il giro di tutti i magazzini della
città per trovare ciò che cercate. E se ci impiegate
un paio d'ore, non preoccupatevi: ciò che non si farà oggi
si farà domani. La lentezza pervade ogni attività umana.
Se la si unisce alla scarsità di strumenti di lavoro o alla
inadeguata professionalità delle persone ne esce una
realtà da sballo. Immaginatevi di entrare in un ufficio
qualsiasi per avere un documento. È facilissimo trovarsi
di fronte alla paralisi operativa poiché la cartacarbone è finita
oppure perché la macchina da scrivere s'è guastata
oppure perché l'impiegato non sa come redigere un documento
e deve chiedere direttive al capoufficio che ovviamente non c'è.
E quindi bisognerà tornare in un altro momento. È una
lentezza che stravolge il nostro normale modo di vivere e che offre,
in visione rallentata, una varietà di situazioni così insolite
da indurre sovente alla riflessione, soprattutto in relazione
al fatto che una buona parte del tempo della giornata non è destinato all'azione bensì all'attesa. In
questi anni ho incontrato più volte uomini del Governo locale
e funzionari delle varie amministrazioni. Ho visitato scuole
sovraffollate in modo inverosimile, minuscoli ambulatori rurali,
villaggi isolati nella savana. Mi sono immerso nei mercati dei bairros. Ho
trascorso mesi coi contadini di Mitava ad ascoltare e a domandare.
Ho discusso ore con i giovani dei villaggi incapaci di vedere un'alternativa
credibile al lavoro nei campi. Ho vissuto una molteplicità di
momenti a volte tragici, come il rassegnato dolore dei genitori
di fronte al loro bambino morto di malaria, a volte semi-seri,
come i processi istituiti dai tribunali contadini nei casi di litigi
amorosi. Un caleidoscopio di voci, volti, sguardi insopprimibile
che mi ha aiutato a comprendere qualcosa dell'Africa e di
come gira il mondo da quelle parti.
Quando ho raccontato queste esperienze agli amici, qualcuno
mi ha suggerito: "Perché non le scrivi? Rimarranno
comunque come testimonianza". Forse è proprio
questa la ragione che mi ha indotto a narrare gli episodi che troverete
in queste pagine. Non vi incontrerete certamente le abilità letterarie
di scrittori o giornalisti, né la precisione di antropologi
o economisti. Ma sono pagine vere, fatti veri, persone vere.
Se saranno in grado di farvi riflettere anche su un solo punto,
vorrà dire che,
oltre alla scuola, avrò raggiunto un altro obiettivo.
Roberto Nani